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UNIONE EUROPEA

by Chales  Kupchan

Dr.Chales  Kupchan is a Professor of international relations in the School of Foreign Service and Government Department at Georgetown University. He is also a Senior Fellow and Director of Europe Studies at the Council on Foreign Relations.

Dr. Kupchan was Director for European Affairs on the National Security Council during the first Clinton administration. Before joining the NSC, he worked in the U.S. Department of State on the Policy Planning Staff. Prior to government service, he was an Assistant Professor of Politics at Princeton University.

He is the author of The End of the American Era (2002), .

 

 End of the American Era

Refuting the conventional wisdom that the end of the Cold War cleared the way for an era of peace and prosperity led solely by the United States, Charles A. Kupchan contends that the next challenge to America’s might is fast emerging. It comes not from the Islamic world or an ascendant China, but from an integrating Europe that is rising as a counterweight to the United States. Decades of strategic partnership across the Atlantic are giving way to renewed geopolitical competition. The waning of U.S. primacy will be expedited by America’s own ambivalence about remaining the globe’s guardian and by the impact of the digital age on the country’s politics and its role in the world.

By deftly mining the lessons of history to cast light on the present and future, Kupchan explains how America and the world should prepare for the more complex, more unstable road ahead.

 

The End of the West



The next clash of civilizations will not be between the West and the rest but between the United States and Europe—and Americans remain largely oblivious

by Charles A. Kupchan

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T he American era appears to be alive and well. The U.S. economy is more than twice the size of the next biggest—Japan's—and the United States spends more on defense than the world's other major powers combined. China is regularly identified as America's next challenger, but it is decades away from entering the top ranks. The terrorist attacks in New York and Washington certainly punctured the sense of security that arose from the end of the Cold War and the triumph of the West, but they have done little to compromise U.S. hegemony. Indeed, they have reawakened America's appetite for global engagement. At least for the foreseeable future, the United States will continue to enjoy primacy, taking on Islamic terrorism even as it keeps a watchful eye on China.

That encapsulates the conventional wisdom—and it is woefully off the mark. Not only is American primacy far less durable than it appears, but it is already beginning to diminish. And the rising challenger is not China or the Islamic world but the European Union, an emerging polity that is in the process of marshaling the impressive resources and historical ambitions of Europe's separate nation-states.

 

L’Europa ko? Macché, sarà una superpotenza»

di
ROBERTO BERTINETT
"Il Messaggero",


«NON credo affatto che l'Europa sia debole perché si è divisa sull'intervento militare in Iraq e sul ruolo dell'Onu. Penso, al contrario, che entro poco tempo diventerà l'unica superpotenza in grado di contendere agli Usa la leadership politica del mondo globale».  vede per il pianeta un futuro assai diverso da quello proposto all'inizio degli anni Novanta da Samuel Huntington, teorico di un possibile scontro di civiltà tra Occidente e Islam, o da quello immaginato oggi dai neoconservatori che difendono l'unilateralismo della Casa Bianca e definiscono l'Europa “un pigmeo sotto il profilo militare". Per riassumere il suo punto di vista sui rapporti transatlantici Kupchan ha scritto The End of the American Era, un saggio ampiamente citato e discusso durante le ultime settimane da tutti i più autorevoli commentatori statunitensi.
La tesi che Kupchan prova a dimostrare con la sua lunga e dettagliata analisi va controcorrente rispetto alle opinioni di altri studiosi. A suo giudizio, infatti, gli Usa sono destinati ad assistere nel corso dei prossimi anni al tramonto di molti primati che attualmente vantano in campo economico o scientifico e corrono il rischio di venire superati dall'Europa. «Anche l’Impero Romano sembrava invincibile prima del IV secolo. Poi si spezzò in due, nacque l'Impero d'Oriente e Bisanzio acquisì un'importanza in precedenza sconosciuta. La storia conferma che l'inizio del crollo dei grandi imperi coincide sempre con il punto della loro massima potenza. Accadrà anche per gli Usa. E Bruxelles potrebbe diventare la Bisanzio del XXI secolo», argomenta Kupchan in uno dei capitoli centrali di un libro nel quale l'analisi del passato si intreccia con l'indagine sul presente ed entrambe contribuiscono alla definizione di un futuro possibile.


Professor Kupchan, sulla base di quali elementi lei fonda la sua previsione di un ruolo internazionale sempre più importante per l'Europa nel corso dei prossimi anni?


«Nonostante non abbia ancora un assetto ben definito sotto il profilo istituzionale, l' Unione Europea costituisce un'entità politica stabile, in grado di fare da contrappeso agli Usa sul piano diplomatico. Senza contare che il prodotto interno lordo dell'intero continente è di circa nove milioni di euro, di poco inferiore a quello americano, che entro qualche mese sarà definita una bozza di costituzione, e che si discute sul progetto di un leader eletto direttamente e di un unico ministro degli Esteri. Certo, sotto il profilo della forza militare la disparità resta notevole. Ma non durerà a lungo. Perché la Nato sta vivendo i suoi ultimi giorni e i governi europei saranno chiamati a decidere come gestire la propria sicurezza. L'America, del resto, mi sembra abbia ormai avviato un processo di progressivo disimpegno militare dall'Europa. Presto anche i paesi che ancora oggi contano sulla protezione delle forze armate Usa dovranno guardare a Bruxelles per mettere a punto un sistema di difesa. Non credo, infatti, che Washington abbia intenzione di costruire basi in Polonia o in Ungheria. La nuova Europa che sta nascendo avrà un suo esercito e una gestione comune della politica estera».


Come spiega la nascita di un sentimento anti-americano in Europa e di un fastidio sempre più evidente verso l'Europa negli Usa?


«Ci sono molti motivi alla radice del recente deterioramento dei rapporti transatlantici. In sintesi, direi che per quanto riguarda l'Europa pesa soprattutto l'unilateralismo teorizzato dall'attuale amministrazione Bush, che si è manifestato in particolare in una scarsa attenzione nei confronti delle istituzioni internazionali. La scelta di Washington di dire no alla firma del Protocollo di Kyoto sull'ambiente e di polemizzare in maniera così aspra con l'Onu prima dell'intervento in Iraq ha fatto crescere l'anti-americanismo già presente in Europa. L'anti-europeismo statunitense è, invece, alimentato dalla Casa Bianca. Mi sembra, infatti, che Bush non perda occasione per presentare l'Europa come un ostacolo per i suoi progetti, un peso per l'America piuttosto che un alleato».


Con Gore al posto di Bush la politica americana avre

bbe seguito una strada diversa?
«Forse i rapporti transatlantici sarebbero oggi migliori, ma esistono interessi economici e processi demografici che spingono nella stessa direzione sia i repubblicani che i democratici. Se un candidato democratico dovesse vincere le elezioni presidenziali del prossimo anno probabilmente i toni polemici tra Washington e alcune capitali europee avrebbero una minore intensità, anche se non credo che sarà più possibile ricostruire il clima di reciproca fiducia di un tempo. Io, del resto, avevo completato la prima versione del mio libro prima della sconfitta di Gore. L'arrivo di Bush e dei neoconservatori alla Casa Bianca ha solo impresso maggiore velocità ad un processo che era già in corso da tempo. L'Europa ha acquisito una forza economica che in precedenza non possedeva e ha una moneta in grado di rappresentare una alternativa al dollaro sul mercato internazionale delle valute. E’ dunque inevitabile che i suoi interessi non coincidano più con quelli degli Stati Uniti. Senza dubbio ci sarà una battaglia politica. Con esiti difficili da prevedere, visto che oggi non è ancora chiaro se si sta andando verso un'amichevole separazione consensuale o se, al contrario, dovremo fare i conti con una lunga e difficile causa di divorzio. Mi auguro che si realizzi la prima ipotesi, perché permetterebbe di ridefinire in maniera non traumatica i rapporti transatlantici».
Quale sarà il ruolo internazionale della Gran Bretagna nei prossimi anni?
«Mi sembra che il tentativo di Tony Blair di costruire un ponte tra l'America e l'Europa sia destinato al fallimento e che in futuro non ci sarà più spazio per l'antico "legame speciale" tra Londra e Washington. Penso che l'Inghilterra si avvicinerà all'Europa e che cercherà di diventare protagonista sullo scenario continentale, magari alleandosi con i Paesi dell'area orientale che stanno entrando nell'Unione. Del resto Blair sa bene che un ruolo di leader europeo di prima grandezza è molto più importante di quello di "junior partner" degli Stati Uniti».


Perché nel suo volume si occupa poco della Cina, ritenuta da molti analisti una seria minaccia alla supremazia Usa?


«Ci vorrà ancora molto tempo prima che valga la pena di prendere in considerazione questa ipotesi. Attualmente la Cina è una potenza regionale con una forza economica inferiore a quella della California. Nel mio libro cerco di mettere a fuoco un futuro più vicino a noi, rifletto sugli scenari del prossimo decennio. Che sarà segnato dalla rivalità tra Europa e America, mentre la Cina continuerà ad avere un ruolo secondario e dovrà aspettare almeno il 2025 prima di poter competere con altre aree del pianeta decisamente più sviluppate».