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The success of the political right

 

 

 

Perché i poveri votano a destra

 

 

 

  Giovanni De Sio Cesari

www.giovannidesio.it   

 

 

 

Introduzione

Il recente successo della “nuova” destra in Sassonia riconferma un orientamento che non può essere spiegato con situazioni contingenti, in quanto è trasversale in tutto l’Occidente: soprattutto è la parte più povera della popolazione che vota la nuova destra invece che votare la sinistra, come era nella tradizione.

Questo fatto sembra mettere in dubbio il modello affermatosi in Occidente, poi esteso anche all’Estremo Oriente.

Occorre allora comprendere perché questo avviene tra i votanti più poveri.

Invece, molti esponenti dei partiti tradizionali pensano semplicemente che gli elettori poveri della nuova destra siano solo persone stupide e ignoranti. Mi pare troppo semplicistico: ignoranza e intelligenza, poi, sono cose diverse.

Mi pare pure stupido pensare che, se gli altri non pensano come noi, siano stupidi: la stupidità e l’intelligenza della gente erano più o meno le stesse quando votavano a sinistra qualche tempo fa.

Credo invece che i più poveri capiscano spesso meglio le situazioni politiche di quelli intellettuali (o intellettualoidi, radical chic), accecati dalle ideologie.

Farei l’esempio della conquista garibaldina del Regno di Napoli. Erano tutti sicuri, gli intellettuali, di liberare così il popolo dall’oppressione del potere assoluto. Non si rendevano nemmeno conto che le masse contadine, invece, sostenevano anche con le armi i Borboni e, se lo vedevano, lo attribuivano soltanto all’ignoranza.

Ma i contadini avevano ragione, perché, in effetti, con il nuovo regime la loro posizione peggiorò e solo i ricchi borghesi (o il ceto medio, se si preferisce) ci guadagnavano veramente, come ora la storiografia riconosce.

Veramente, anche Verga, pochi anni dopo gli avvenimenti, descrisse questo fenomeno in Mastro-don Gesualdo, perché era uno scrittore verista, che riportava la realtà e non le fantasie romantiche.

Dobbiamo quindi comprendere le ragioni di quella che pare un’inversione della tendenza naturale dei votanti, vedendo le ragioni reali per cui la sinistra è in crisi: non si può spiegare un fatto storico dicendo che la gente è stupida. Dal punto di vista logico, se la gente si orienta più a destra che a sinistra, non può essere per stupidità, perché è sempre la stessa; ci devono essere delle ragioni. Non c’entrano i mitici persuasori occulti.

 

La globalizzazione e l’immigrazione

Il liberalismo dei tempi di Marx non esiste più da un secolo; quello dei vari fascismi è scomparso in un turbine tragico di guerre 80 anni fa; quello comunista è imploso 50 anni fa: tutti e tre sono stati travolti dalla storia.

Il modello economico che regge tutto l’Occidente può essere definito “Stato sociale” e si è affermato per azione dei lavoratori portata avanti dalla sinistra democratica (non da quella antagonista), che fa parte del sistema. Il modello è stato poi accettato sostanzialmente anche dalla destra democratica, anche se essa è un po’ più liberista e meno interventista: ma, in sostanza, non c’è molta differenza fra destra e sinistra tradizionale, il che spiega anche il calo dei votanti.

In effetti, destra e sinistra fanno politiche simili; prevalgono allora gli elementi identitari.

Il modello economico dell’Occidente è un liberismo corretto, però, con l’intervento dello Stato, che redistribuisce il reddito e amministra oltre il 40% del reddito. Questo crea non solo giustizia sociale, ma anche sviluppo, perché, se c’è solo povertà, non c’è mercato e quindi non c’è nemmeno produzione e sviluppo.

Il modello economico occidentale ci ha portato alla maggiore prosperità nel mondo. Certo, esistono ancora i poveri, ma sono una minoranza, mentre prima erano la stragrande maggioranza. Prima si moriva di fame nelle carestie; ora anche i poveri assoluti non soffrono la fame.

Il modello occidentale ha dato alla grande maggioranza un livello di vita prima mai sognato e ridotto la miseria a pochi, mentre le previsioni ottocentesche prevedevano il contrario in modo, dicevano, scientifico. Certo, però, restano pure grandi differenze di reddito e ingiustizia.

Il modello poi si è esteso, portando grande sviluppo ai Paesi poveri, soprattutto in Estremo Oriente: Cina e anche India mostrano un progresso economico a volte veramente stupefacente.

Ma, a quanto pare, il modello di Stato sociale ora appare in crisi per la globalizzazione economica e anche per l’immigrazione. Infatti, il modello presuppone un’economia essenzialmente nazionale, nel cui ambito si applicano le norme correttive; ma, nell’economia globalizzata, esse non possono essere applicate. Quindi, le merci e i lavoratori dei Paesi più poveri fanno concorrenza a quelli dell’Occidente.

Ad esempio, si è tanto parlato di tassare le multinazionali, quelle del petrolio, ma, in effetti, se lo fa un solo Stato, gli altri attireranno i capitali e ci si perde competitività, e così via, verso il deserto industriale.

Possiamo alzare per legge i salari, ma questo significa che le nostre merci sono meno competitive.

La globalizzazione pone il problema della concorrenza dei Paesi in via di sviluppo (soprattutto dell’Estremo Oriente).

Ma come fare a essere competitivi con Paesi che pagano il lavoro un decimo di quello che paghiamo noi? Il problema è che una politica che regoli l’economia e la redistribuzione non è possibile in un mondo globalizzato: si dovrebbero globalizzare anche le leggi, ma non è possibile.

Il risultato, allora, è la desertificazione industriale in molti campi, particolarmente per le merci meno elaborate, e quindi disoccupazione fra i lavoratori meno qualificati.

 

L’immigrazione può essere considerata l’altro aspetto della globalizzazione.

I salari vengono regolati dagli accordi sindacali e da leggi che li tutelano.

Il punto essenziale, però, è il rapporto tra domanda e offerta: se la legge stabilisce 100 euro per raccogliere pomodori e poi c’è l’extracomunitario disposto a farlo per 10, inevitabilmente l’imprenditore assume quest’ultimo. D’altra parte, perché poi un imprenditore dovrebbe assumere un immigrato se, alle stesse condizioni, potesse assumere un italiano?

In realtà, tutti i salari da fame sono sempre fuori legge: non rispettano le regole contrattuali. Le leggi che tutelano i lavoratori sono importanti, ma quello che poi conta veramente e che siano compatibili  con il rapporto domanda/offerta.

Accade che, nei Paesi sviluppati, chi ha un buon reddito può avere manodopera a prezzo minore (cameriere, badanti, operai) e non è minacciato dalla concorrenza nel suo campo del lavoro, che è troppo qualificato per gli immigrati.

Invece, la parte più povera della popolazione subisce la concorrenza degli immigrati per i posti di lavoro e per i salari.

Insomma, ad esempio, chi ha un buon reddito ne ha tutti i vantaggi pagando meno una colf o una badante straniera, ma una donna povera non trova più posto per fare la colf o la badante (e nemmeno la prostituta).

Dalle statistiche ISTAT si rileva che il 30% delle famiglie povere in assoluto sono famiglie di immigrati, ma non si sa quante siano quelle di origine straniera ma ormai cittadini italiani.

 

La sinistra

La sinistra, nella difficoltà di svolgere il suo ruolo di regolarizzare il lavoro e redistribuire il reddito, tende quindi a identificarsi con un’ideologia, diciamo, progressista.

Dobbiamo però considerare che le posizioni, diciamo, più moderniste sono quelle dei ceti più elevati, mentre i più poveri tendono più al tradizionale. I gay sono meglio considerati ai Parioli e molto meno alla Garbatella.

In realtà, MAGA, promesso da Trump, significava dazi sulle merci straniere e stop all’immigrazione, con disimpegno dal sostenere la nostra ideologia nel mondo.

Il fatto è che poi Trump sta facendo esattamente il contrario, e anche molto male: ma questo è un altro discorso.

Il fatto è che le persone meno colte sono, per cultura (= modo di pensare), più legate ai valori tradizionali; ciò non significa necessariamente che abbiano torto.

Si tenga anche conto che le differenze culturali impattano sui più poveri e non sui più ricchi.

Le signore assumono cameriere senza sapere nulla della loro cultura; spesso non sanno nemmeno da dove vengono, per il semplice motivo che costano di meno e rendono di più.

Ma gli immigrati vanno ad abitare nei quartieri più poveri e quindi sono i poveri che sentono le differenze culturali.

Quando io passo per gli antichi quartieri poveri della mia città, mi pare di non stare più in Italia, ma in qualche angolo del Terzo Mondo.

 

Un altro punto particolare per i Paesi dell’Occidente, che è poi quello che emerge più facilmente, è la guerra in Ucraina. I partiti tradizionali, specie di sinistra, affermano che difendere l’Ucraina significa difendere l’Europa che Putin minaccerebbe, che l’Ucraina combatte per noi; insomma, che la guerra dell’Ucraina è la nostra guerra.

Ma i più poveri non vedono affatto una minaccia di Putin per le loro condizioni: vedono invece che l’interruzione dei rapporti economici con la Russia (soprattutto il gas a poco prezzo) ha messo in crisi l’economia (in particolare in Germania), che le spese per il riarmo in vista di una ipotetica invasione russa riducono inevitabilmente le prestazioni sanitarie e tutto il welfare di cui hanno grande bisogno.

La nuova destra, invece, proclama una neutralità nella guerra in Ucraina (e non un appoggio a Putin); in realtà, anche la sinistra antisistema mostra lo stesso atteggiamento.

 

In conclusione

Quindi, i poveri si orientano a destra perché questa promette di combattere la globalizzazione e l’immigrazione, che ne è un aspetto, e non riduce il welfare per aiutare l’Ucraina e riarmarsi, mentre la sinistra accetta la globalizzazione, sostiene con forza l’immigrazione ed è interventista per l’Ucraina.

Gli argomenti della sinistra riguardanti le libertà costituzionali, la minaccia di Putin alle democrazie, i diritti degli omosessuali, il femminismo, l’antifascismo militante non interessano i più poveri, alle prese con problemi ben più immediati, alla difficoltà di arrivare a fine mese.

Ora, non è detto poi che le destre, nuove o tradizionali, ci riescano veramente: la destra, fino a ora, non ha ridotto le importazioni, così come non ha fermato i migranti.

Sono problemi complessi, di difficile soluzione; ma, fino a che la sinistra (democratica) non se ne rende conto, allora perderà sempre più i voti dei più poveri.

La globalizzazione è un grande motore di progresso economico per i Paesi poveri ma in via di sviluppo (soprattutto l’Estremo Oriente), ma i votanti di destra credono (a torto o a ragione) che meno salari e meno servizi siano una conseguenza della globalizzazione e dell’immigrazione nei Paesi ricchi e quindi occorra regolarle e limitarle, cose che promettono le destre, ma che poi non si sa se riescano veramente a fare.

Anche se il motivo fondamentale è la concorrenza nel lavoro, anche la differenza culturale può avere il suo peso, per cui i poveri non votano più a sinistra.



 

 

 

 

 

Germany's shocking far-right surge rattles Europe's political foundations

 

 

By Luca Bertuzzi & Vincenzo Genovese

https://www.euronews.com/my-europe/2026/09/07/germanys-shocking-far-right-surge-rattles-europes-political-foundations

 

 

The radical-right Alternative for Germany's landslide victory in the Saxony-Anhalt region election may be the first real crack in the power structure that has held European politics together since the Second World War.

On Sunday, Alternative for Germany (AfD) won a resounding victory in the eastern German region, taking 43.8% of the vote. Chancellor Friedrich Merz's Christian Democratic Union (CDU), which leads the governing coalition in Berlin, collapsed to 17.2%, while its junior coalition partner, the Social Democrats (SPD), managed just 9.3%.

For the first time since the Nazi period, a German region could be led by a far-right force, as local leader Ulrich Siegmund could become president if the far-left party BSW decides to support him or to abstain in the election.

Beyond dealing a further blow to an already deeply unpopular government in Berlin, the results drew mixed reactions across Europe, with far-right forces eager to capitalise as key EU states head to the polls next year.

 

This result is not an outlier - it is a signal to the rest of Germany and to Europe," René Aust, the head of the AfD delegation to the European Parliament, told Euronews.

"We are on course to become the country's leading governing party, and I am convinced that at the next European elections we will return to the European Parliament with more than twice our current strength," Aust said.

European repercussions

"The region Saxony-Anhalt is a small part of Germany. 1 out of 16 regions," Andreas Schwab (Germany/EPP) said, playing down the impact of the vote. "The [AfD] party has no real power in Berlin, where the great coalition has a clear majority."

For Schwab, the vote's impact in Brussels will likely be limited to reinforcing the EU's simplification agenda — cutting red tape, including for farmers — and pushing for a more nationally oriented EU budget.

 

Svenja Hahn (Germany/Renew) echoed that view. "We can only hold up a democratic majority in 2029 by finally delivering on economic growth and prosperity and taking the regulatory burden off of people and businesses," she said.

Still, the result is bound to raise alarm bells across Europe, not just for its impact on German domestic politics, butbecause Germany’s grand-coalition tradition provided a foundation for the political consensus at the heart of European integration for much of the postwar era.

The centre-right European People's Party (EPP) and centre-left Socialists and Democrats (S&D) have been the linchpin of Brussels politics since the European Parliament was created, at times with the support of the centrist Renew Europe group.

But the rise of extremist parties and the steady erosion of the political centre is now calling that approach — born in Germany, exported to Brussels — into question. Last month, Europe Elects projected that the three centrist forces would, for the first time, fail to secure an absolute majority if European Parliament elections were held today.

"It is no more about who can speak with whom and how different factions of democratic society can unite. It is about how to get their joint share larger, not by stealing the electorate from one another, but by convincing those who are disappointed by all of us, democrats," MEP Sergey Lagodinsky (Germany/Greens-EFA) told Euronews.

Far-right into power

The AfD's growing electoral gains across Europe have raised the prospect that far-right parties could enter government outright. In Saxony-Anhalt, the AfD fell short of a majority to govern alone but could reach one in coalition with the BSW.

How much power-sharing traditional parties allow has depended on national context, and on whether mainstream forces are willing to ally with the far right.

In Italy, for instance, Giorgia Meloni has steered her coalition government towards the centre, making her European party, the European Conservatives and Reformists (ECR), increasingly mainstream. As a result, she now faces competition from a new far-right force led by Roberto Vannacci (Italy/ESN), a former army general turned MEP.

In Spain, the centre-right Popular Party has partnered with the hard-right Vox to govern several regions, including Andalusia and Castilla y León, a model some would like to see exported to Brussels.

"In each country, it really depends on how radical the far right is and how much there can be any kind of collaboration. But, in general, collaboration with the far right was not good for us. We have stayed weak," MEP Hildegard Bentele (Germany/EPP) told Euronews.

Within the European Parliament, the EPP group led by the Bavarian Manfred Weber has throughout this legislative term kept a flexible approach to forming variable majorities, at times seeking support from hard-right parties over specific files.

While Weber's strategy has strengthened the EPP's negotiating hand and drawn the ire of other centrist forces, moving from case-by-case alignment to a more structural alliance would entail a fundamental reshaping of power-sharing at the EU level.

As of now, Weber has always excluded structured cooperation with far-right forces, while some parties forming the EPP have often wished for it.

Elections loom

In 2027, voters in France, Italy, Poland, Spain, Estonia, Greece, Finland, Malta and Slovenia will all go to the polls in high-stakes national elections. In France, in particular, far-right presidential candidate Marine Le Pen is projected to win against any other candidate in the run-off.

These upcoming elections will reshape Europe's political landscape ahead of the next EU elections in 2029, which, if current trends hold, could be the first not to hand mainstream parties a governing majority.

"[The Saxony-Anhalt election] It's a very strong warning signal, but we have three years ahead of elections, so we have a lot of time to become stronger again. The warning signal is out. We have to work on our own strengths," Bentele said.

Bentele drew two main lessons from the results: the need to mobilise people who had not voted in the last elections — the main driver of the AfD's surge — and the need to choose better-suited candidates.

Meanwhile, Aust noted that only voters over 70 kept the AfD from securing an absolute majority at the regional level, which he considers clear evidence that the future belongs to patriotic forces and that the CDU will soon become "the party of yesterday," as was the case for Democrazia Cristiana in Italy.

For Lagodinsky, the challenge ahead is nothing less than restoring disappointed voters' faith in liberal democracy. "If we don't get our act together on that, our democracy is doomed," he concluded.