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CLANDESTINI
LA STORIA DI UN'AMICIZIA E DI UNA COPPIA IN FUGA DALLA MISERIA

http://www.stpauls.it/fc/0638fc/0638fc30.htm

L’ODISSEA DI BRIDGET
CON IL BIMBO IN GREMBO


Un appello a tutti i lettori di Famiglia Cristiana per dare alla donna un lavoro e al figlio Emanuel un futuro.

 

Simona e Bridget. Un’amicizia nata sul molo dei clandestini, drammatica e commovente, che nasconde una storia emblematica del destino di tanti migranti. Simona è la cooperante di cui parliamo nell’articolo precedente, l’avvocato Moscarelli dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni. Bridget è una giovane clandestina di 26 anni, proveniente dal Togo, incinta all’ultimo mese, che Simona ha assistito dopo lo sbarco a Lampedusa.

«Era in condizioni gravi, ma i medici sono riusciti a salvare il suo bambino. Dopo gli esami clinici, di ritorno al Centro di accoglienza, ha tirato fuori una busta e mi ha mostrato quello che per lei era un disegno incomprensibile. Io le ho risposto: è un maschio. Quel disegno era un’ecografia, che lei non aveva mai visto».

Bridget viene da Winko, un villaggio del Togo, dove viveva insieme al marito Aziz, in una miseria nera. Quando Lodia, il bimbo primogenito, si ammala di malaria, non hanno nemmeno i soldi per comprargli i medicinali o portarlo all’ospedale. Lodia muore a sei mesi di età, uno dei tanti bimbi uccisi da quell’olocausto silenzioso che si consuma nel Sud del mondo. Quando Bridget resta di nuovo incinta, è terrorizzata, non vuole rischiare che anche il bimbo che ha in grembo muoia, cerca una soluzione.


 

«Nel nostro villaggio si presentò un uomo di origine libica. Diceva che in cambio di una somma di denaro i nostri problemi sarebbero stati risolti: avremmo potuto imbarcarci per l’Italia, trovare un lavoro e dare un futuro a nostro figlio». I fratelli di Bridget raccolgono tutti i loro risparmi e li consegnano alla sorella. Aziz e Bridget salgono a bordo di un camion alla volta del Ghana. Poi da lì, stipato su una jeep, il gruppo di migranti si dirige verso la Libia attraversando il Burkina e il Niger. Ai confini con la Libia l’auto ha un guasto irreparabile al motore: l’autista consegna una mappa a uno del gruppo e indica la rotta per Tripoli, poi se ne torna verso il Ghana chiedendo un passaggio a un camionista che procede in direzione contraria.

«Abbiamo marciato nel deserto per giorni e giorni senza cibo e pochissima acqua». Un viaggio infernale. Molti non ce la fanno, si accasciano nella sabbia. I morti vengono abbandonati ai lati della strada, senza nemmeno essere seppelliti. «Un ragazzo di diciassette anni che era con noi ha visto morire così la madre». Alla fine della traversata, del gruppo, formato da trenta clandestini, sopravvivono in diciassette. «Gli altri sono tutti morti di stenti».

A Tripoli, Aziz e Bridget rimangono un mese in una delle "case per africani", uno dei palazzoni disabitati che i trafficanti di uomini usano per nascondere i clandestini fino al giorno dell’imbarco, divisi a seconda della nazionalità. Quel giorno arriva anche per loro, ma i mercanti chiedono altro denaro. La coppia non ha più un soldo. Il trafficante vede che la donna è incinta e decide di farla salire egualmente su una carretta del mare, «perché gli facevo pena». Aziz la segue sul molo. «Tu no, salirai su un’altra barca solo quando avrai i soldi», gli intima il mercante di uomini.

«Decisi di imbarcarmi lo stesso, anche se mio marito rimaneva in Libia». La traversata dura tre giorni, un giovane finge di essere suo marito per evitare che qualche clandestino la molesti o la getti in mare per farsi più spazio sulla barca. La carretta del mare galleggia in balìa delle onde fino a quando una motovedetta avvista i naufraghi.

In preghiera durante il viaggio

«Sia gloria a Dio, gridammo tutti sulla barca. Dio aveva risposto alle mie preghiere. Sono cristiana: avevo pregato tutto il viaggio perché ci aiutasse».

Abbiamo incontrato Bridget in una saletta della casa di accoglienza "Giacomo Cusumano" di Sciacca, dove è assistita dalle amorevoli cure delle suore e delle operatrici dell’istituto. La madre superiora dice che Bridget non si lamenta mai, ha modi semplici e discreti. Il nono mese di gravidanza scade il 17 settembre. Ha ottenuto un permesso di soggiorno di maternità di sei mesi. Poi il nulla. «Vorrei che qualcuno mi offrisse un lavoro, qualsiasi lavoro, così da poter dare un futuro al mio bambino». Ha già scelto il nome: si chiamerà Emanuel, «Emanuel significa "Dio con noi" e so che Dio mi aiuterà a farlo sopravvivere».

Bridget guarda dal balcone dell’istituto l’orizzonte del mare e pensa al marito Aziz, che è rimasto in Libia, e che a causa delle assurdità della legge Bossi-Fini sull’immigrazione non ha altro mezzo per raggiungere la moglie che imbarcarsi in clandestinità, sulla stessa rotta intrapresa da Bridget. Noi ci rivolgiamo al buon cuore dei lettori perché a Bridget venga offerto un lavoro in modo da poter ottenere un minimo di dignità economica, un permesso di soggiorno e un futuro per suo figlio.



 

Francesco Anfossi