Abdu Diop

Giovanni De Sio Cesari

(www.giovannidesio.it )

 

Cosi si  richiamava un negro del Senegal  che stava in un letto di ospedale nel 1989 accanto a quello di mio figlio  che era ricoverato per una banale operazione di appendicite. Veramente il primo giorno non ci facemmo troppo caso. Poi ci accorgemmo che non aveva nessuno e allora come si usa negli ospedali, gli chiedemmo se potevamo fare qualcosa. Così cominciammo a conoscerlo. Era appena arrivato dal suo lontano paese con mezzi mai poi chiariti, non conosceva nemmeno una parola di italiano ma parlava perfettamente francese.  Così cominciammo a fare conoscenza e fu il mio primo incontro con quelli che poi saranno chiamati extracomunitari ma che allora erano conosciuti  come  “ vu compra” . Era stato colpito da una forte forma di gastrite ma poichè non riusciva a spiegarsi in italiano nessuno gli badava (ma poi possibile che nessun medico conoscesse il francese, mica parlava qualche dialetto tribale): cosi gli feci una specie di cartella con tutti i sintomi e i medici gli dettero la relativa cura e lo misero in uscita. Telefonammo a un centro che allora si chiamava “ terzomondista” per ulteriore assistenza e al mattino dopo non lo trovammo più  Ma in quei giorni imparai molte cose …..

 

Abdu Diop aveva circa 20 anni, veniva dal Senegal. Apparteneva alla  etnia hauassa, di religione mussulmana e scriveva ai suoi parenti in arabo. Scriveva tanto,  tutto il giorno e poi mi dava un mucchio  di lettere da spedire:una certa spesa, veramente. Ricordo gli strani indirizzi del tipo “ ultimi banchi di pescivendoli, mercato di Dakar”  Aveva seguito un corso di scuola in lingua francese come “contable” (praticamente la nostra ragioneria). Era  cortese, discreto, educato, molto dignitoso: si lasciava sempre pregare un pò prima di  accettava tutto quello che i nostri parenti gli portavano (e non era poco.)

Mi raccontò della sua famiglia. Mi disse che il padre aveva quattro “femmes” che in francese può significare sia donna  che moglie: io capii che aveva quattro figlie ma poi mi  spiegò meglio che aveva quattro “mogli” e 19 figli ! E come faceva a mantenerli tutte? Allora scopri questa incredibile organizzazione. Il padre possedeva  molta terra coltivata ad arachidi. Ogni  volta che prendeva una moglie le assegnava anche una parte della sua terra : insomma prendeva una moglie e un bracciante agricolo insieme: non ho mai ben capito poi cosa facesse il padre. Pur essendo ferventi mussulmani (Abdu era molto religioso) tuttavia non seguivano i dettami del corano che prescrivono che gli uomini debbono provvedere alle donne che debbono solo occuparsi della casa. Pare che invece le donne non solo provvedono a una “carretta” di figli ma debbono pure coltivare il terreno. Non consiglio alle care amiche di diventare  senegalesi. Abdu concordava però che era un sistema sbagliato e si riprometteva che avere una sola moglie.

 Mi offriva poi assoluta ospitalità se fossi andato in Senegal e non era solo un modo di dire. Mi parlava sempre di chameaux (cammelli) e di  châteaux d’ eau ( serbatoi d’acqua ) che avrebbero data ricchezza alla terra della sua famiglia se avesse avuto i capitali.

 Io penso che con una organizzazione familiare del genere si vada solo incontro alla miseria e che la maggiore difficoltà dell’africa di Abdu è la loro cultura. Come pure non è affatto vero che, come spesso si dice,   gli immigrati siano dei “disperati”: si tratta in genere di persone  intelligenti ,istruite, intraprendenti e che hanno pure qualche  disponibilità economica : in realtà emigra il ceto medio non i poveri il che è ancora di maggior danno per i loro paesi.

 

Dopo che era andato via dall’ospedale pensavamo che non l’avremmo visto più. Una settimana dopo invece mia moglie lo riconobbe fra venditori negri  in un mercatino rionale. Allora ricominciammo a rivederci e venne  pure a casa nostra . Tuttavia egli mostrava sempre di aver bisogno di qualcosa e un certo punto ci parlò anche delle esigenze della sorella che nel Senegal  sognava una macchina da cucire. Allora gli feci chiaramente presente che noi non eravamo affatto ricchi e che insomma avevamo gia dato abbastanza: egli allora ci ringraziò di tutto, disse che avrebbe sempre restituito tutto e che “se egli non l’avesse potuto fare lo avrebbe fatto Dio”: non erano parole di circostanze, veramente egli era sicuro che Dio avrebbe sempre ricompensato ampiamente chi dava ai bisognosi. Insomma egli credeva fermamente che dare agli altri era la migliore forma di investimento. In fondo non si rendeva conto perché gli europei  non dividessero  quello che avevano con gli altri come ,credo, facessero gli hauassa. Ma noi eravamo  occidentali e laici, credevamo più agli investimenti in banca che nel cielo e negammo altro aiuto materiale  senza però che questo incrinasse la sincera amicizia che Abdu aveva per noi.

 Mi rendo conto che l’aiuto al terzo  modo è come un pozzo senza fondo: le esigenze sono tante e paradossalmente più si da aiuto e più il bisogno cresce .

 Noto pure che allora (1989) nessuno parlava di scontri di civiltà e Abdu non faceva differenza fra dio dei cristiani e dio mussulmano : diceva sempre “Dieu”,  mai Allah, non dubitava  minimamente che Dio non faceva differenza fra cristiani e mussulmani.

 

 

 Poi Abdu parti per altra città e passarono vari mesi. Una sera ero solo in casa, senti bussare alla porta: era Abdu che veniva a trovarmi. Era smagrito, stava male visibilmente,   lo stomaco era peggiorato. Poichè avevo preparato del pollo fritto glielo offri pure avvertendolo che gli faceva male alla gastrite e magari gli avrei preparato qualche altra cosa. Egli invece volle il pollo fritto, poi chiese del pepe. Ma non mise il pepe sul pollo: lo mise in un piattino e poi inzuppò il pollo nel pepe: allora capi pure perchè stava sempre peggio con lo stomaco. Mi disse che in Italia la vita era troppo dura, tutto costava troppo, tutto era troppo difficile e stava per tornare in  Senegal. Il suo sogno era finito. Parlammo ancora un po, poi ci salutammo affettuosamente: egli invocò da Dio tutte le benedizioni su di me e sulla mia famiglia.

 Da allora non ho avuto più altre  notizie: vorrei sapere proprio che ne è successo di lui. A volte penso che forse quel ragazzo buono  e cortese è stato forse ucciso dal suo male che da noi sarebbe stato facilmente curato  e allora mi viene una gran tristezza e mi verrebbe da piangere, ma a un uomo non è consentito….