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A SETTEFRATI , UN TEMPO .....

 

 

IL GIORNO DELL’ASCENSIONE

 

Si avvicinava la fine  dell’anno scolastico ed io rischiavo  di non farcela, rischiavo di essere bocciata. Ero svogliata e non mi applicavo. I compiti non li portavo mai finiti a scuola e durante la lezione ero distratta, non capivo niente. Anche le mie piu` care compagne,Maria e Lina non mi  capivano piu`. Noi tre gareggiavamo tra noi a chi poteva fare di piu` per restare la prima della classe a capo di tutti. Era una gara amichevole la nostra e piaceva  l’insegnate, ora anche lui non sapeva  piu’ cosa fare per me. Dapprima aveva avuto tanta pazienza, aveva cercato di portarmi su dove ero sempre stata, mi aveva parlato e ammonita. Io prestavo attenzione per un po,`poi vagavo a guardavo fuori la finestra ai rami  degli  alberi che si piegavano al leggero soffio del vento. Guardavo attorno alla cavernosa aula di un colore bigio deprimente . L’edificio scolastico distrutto durante i bombardamenti della guerra ancora non era stato ricostruito e le classi si tenevano in un camerone dietro la chiesa della Madonna delle Grazie.  Lo stanzone era freddissimo e la piccola stufa a legno  all’ angolo vicino la finestra riscaldava poco.

Molti di noi portavamo “ lo scaldino” a scuola per tenerci caldi.Lo “ scaldino” era un barattolo di lattina con cenere e brace e la manica allestita con un po` di filo di ferro. Noi  sistemavano sotto i banchi . Il maestro aveva il braciere.  Se continuavo a portarmi male avrei perso il primo posto dinanzi a tutti. Mi sentivo triste e avvilita non riuscivo a ritrovare la via giusta.

 

A casa c’era il fuoco e la stufa a legna che riscaldava, il freddo veniva da mio padre. Era arrabbiatissimo con me e i suoi rimproveri si facevano piu` frequenti.

Non era soddisfatto del mio comportamento a scuola e mi diceva che ci andavo solo per scaldare il banco. Anche mia madre ora mi ammoniva “ perche non ascolti tuo padre, vuole che tu ti porti bene a scuola, vuole farti studiare , tu non devi fare la contadina”  Io promettevo a loro e a me, promettevo che mi sarei applicata  meglio che sarei tornata a  studiare a svolgere il tema e imparare la storia a memoria e la geografia. 

Lo volevo tanto, ci provavo con tutta la mia volonta`,ci riuscivo solo poco, poi avvilita mi afflosciavo col capo sul tavolo della scrivania a casa e cadevo in un sonno agitato. Un giorno dopo che mio padre mi aveva fatto la solita lavatina di testa io ero rimasta a fissarlo senza dire niente. Nei sui occhi mi sembro` balenare un attimo di tristezza. Si alzo` ando` verso il balcone, guardo’ fuori e mi disse di avvicinarmi. Disse: “ guarda giu`vedi chi passa?” Guardai, vidi la signorina Anna diplomata da poco da insegnate.  Vestiva un bel completo di moda primaverile e scarpe a riporto. Dietro seguiva una altra ragazza contadina con il costume locale e sulle spalle uno scialletto logoro. La differenza tra le due era molto apparente. Mio padre mi domando`: Chi delle due vorresti essere tu?” capii benissimo e annuii col capo senza dire niente.

Lui mi mise una mano sulla spalla anche lui piego` il capo e non disse niente si volto` e si allontano’ da me.

 Iole intanto cresceva, a pochi mesi ora cominciava a rispondere con sorrisi e “ga ga” alle moine che le facevamo tutti. Mia madre era sempre occupata con lei e la casa, aveva poco tempo anche per pettinarmi le lunghe e folte trecce scure. Mi pettinavo io, prendevo un ciuffo di capelli li dividevo in tre per lavorare la treccia ma per quanto ci provavo non ci riuscivo mai bene. A meta` prendevo il solito nastrino rosso e lo legavo ai capelli cosi almeno non andavo scapigliata. 

Il giorno dell’Ascensione mio padre era salito su nella stanza da letto  si era curvato sulla culla e faceva moine e vezzeggi a Iole. Io mi avvicinai a lui e gli tirai il pizzo della giacca. Lui mi scanso` la mano e continuo` con Iole. Allora sentii un bollore salirmi sul viso , e mi venne una esplosione di rabbia. La scena che segui sorprese tutti. Mi misi a gridare che nessuno mi voleva piu` bene , che nessuno mi voleva, volevano solo Iole e mentre gridavo cosi saltavo sue giu`dal letto. Mio padre guardava, non diceva ne faceva niente.

Arrivo` anche mia madre e mia nonna, mi guardavano fare I salti e strillare, non capivano niente nemmeno loro.

Io continuai, mi strappai la gonna che mamma mi aveva preparata per andare alla processione e dissi che non mi piaceva e avrei messa quella che volevo IO. Tutti rimasero stupiti da questo mio esplodere. Io smarrita e sorpresa della scena che avevo fatta piangevo a singhiozzi.

Quando mi calmai un po` fu mio padre a rendersi conto quel che si nascondeva sotto quel mio scatto di rabbia.

Allora prese Iole in braccio, me per la mano e uscimmo insieme verso la piazza. Io ormai calma mi stringevo al braccio di mio padre e sorridevo compunta. Tutti  e tre ci avviammo verso il colle alla chiesa della Tribuna da dove sarebbe  iniziata la Processione. Prima che svoltassi l’angolo sotto l’arco mi voltai indietro a guardare verso casa. Sulla soglia mia madre e mia nonna guardavano un po` sorprese un po` sollevate a vedermi sorridere . I giorni che seguirono ritrovai la mia buona volonta`e normalita`.Cominciai ad applicarmi meglio a fare compiti e studiare . Forse, mi dissi, se mi ci metto tutta assiduita` riusciro`a recuperare il tempo perduto. Ci riuscii solo parzialmente, non fui bocciata, ma rimandata a dare gli esami a settembre prima che si riaprisse l’anno scolastico. Mi applicai bene a studiare tutta l’estate e superai gli esami facilmente. A me parve come se i miei mi  avessero riscoperta. Finalmente mi vedevano e mi sentivano.  Quando mio padre portava Iole  a spasso, quasi sempre si faceva accompagnare anche da me. Io mi piacevo di piu` ed ero contenta che  avevo ritrovato  il mio posto nella famiglia.

 

Delia Socci Skidmore