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Il mondo di Guccini
Giovanni De Sio Cesari Grande è stata la risonanza mediatica per la morte di Francesco Guccini: perfino la presidente del consiglio Meloni ha dichiarato la sua simpatia per un cantante di cui certo non condivide l’ideologia. Ma è chiaro che la poesia va oltre l’ideologia: si può apprezzare Dante anche se si è ate Non voglio però qui discutere della poesia o della musica di Guccini, anche se, a mia del tutto personale impressione, mi sembra che Guccini declami delle posizioni ideologiche più che immagini poetiche :ma forse sbaglio. Mi sembra pure che non abbia avuto la popolarità di un Peppino di Capri, deceduto poco prima: parlo di popolarità, che è un fatto oggettivo, non di poesia e arte, che è una valutazione personale. Non ci poniamo quindi il problema della poeticità, ma dell’ideologia che presenta. Esaminiamo la sua canzone che ha avuto maggiore popolarità, Dio è morto, che è del 1965 (testo in appendice). Dapprima essa fu bandita dalla TV di Stato perché apparve blasfema, ma in seguito la Chiesa stessa la rivalutò. Il fatto è che si parlava della morte di Dio e questo poteva apparire un inno alla fine del cristianesimo, ma in un secondo momento si parla della resurrezione di Dio (di Cristo) e quindi di una riscoperta della religione, di un ritorno ad essa. L’espressione «Dio è morto» è celebre perché proposta da Nietzsche. Però in Nietzsche il significato è diverso: l’uomo ormai non crede più in Dio (secondo le previsioni positiviste la fede sarebbe sparita in breve tempo) e allora i valori della nostra civiltà, che sono cristiani, non hanno più fondamento, e ad essi si sostituiscono quindi quelli del superuomo. Nietzsche trovava drammatica la fine della religione, mentre Guccini pare non se ne importi per niente; al contrario, crede nella validità dei valori della nostra civiltà (che sono quelli cristiani) e pensa che essi rinasceranno anche senza la fede in Dio. Ma nella canzone Dio (o la fede) non c’entra niente: mi sembra più un modo per creare pubblicità attraverso discussioni e polemiche. Qui «Dio» significa il bene, l’etica. Allora, secondo questo testo, prima della nostra epoca (di quella che indica vagamente) c’era Dio e quindi c’era il bene; con la nostra epoca non c’è più il bene, ma esso risorgerà presto grazie alla nostra opera. Mi chiedo come si possa pensare una cosa del genere. Diciamo pure che si tratta di luoghi comuni, ripetuti in ogni tempo e in ogni luogo. Già Cicerone diceva: «O tempora, o mores!», e nella storia si ripetono continuamente questi ritornelli: il mondo è ormai decaduto, i giovani sono peggiori di quelli di prima, i valori sono scomparsi, tutto va male, bisogna riscoprire i valori, tornare in qualche modo al passato. Se fosse veramente così, non saremmo passati dalle caverne all’era del web e dell’AI, ma sarebbe avvenuto il contrario. A mio modesto parere, sembra che l’ideologia che canta sia proprio soltanto adolescenziale, se non addirittura infantile. Ho riletto i testi di Guccini: anche se ho alcuni anni meno di lui, sono vecchio e quindi, in qualche modo, il mondo di Guccini è pure il mio. Esaminiamo più precisamente i versi della canzone. Si comincia con il descrivere un mondo di incertezza, di mancanza di ideali, dominato da alcolismo e droga. Ma in quegli anni non era certo così. Gli ideali politici erano allora molto vivi: c’era il conflitto ideologico fra i sostenitori del modello occidentale (democrazia) e quello comunista. C’era la folla di associazioni, di gruppi di ogni genere, l’accanimento dei dibattiti e delle discussioni (Quattro amici al bar). La diffusione della droga e dell’alcolismo era ancora un fatto di pochi. E poi, qualche anno dopo, scoppiava il ’68: diciamo un eccesso di interesse politico e sociale. Poi si parla delle auto, delle vacanze: certo, gli anni della Seicento, il simbolo di un mondo diverso che superava la miseria di sempre, e i nonni e i padri che si meravigliavano di un tale cambiamento, tanto che si parlava addirittura di miracolo economico. Ma nel testo si dice che questa è la morte di Dio: ma perché mai? Certo, se si considera massima aspirazione la povertà, come San Francesco; ma non sembra che Guccini fosse un francescano. Nella seconda parte si lamentano i vizi di ipocrisia, falsità e sete di potere della politica: ma si tratta di caratteristiche proprie della politica in ogni tempo e luogo: i San Francesco non fanno politica, e tanto meno si occupano di economia. Si conclude con il razzismo, i campi di sterminio e gli odi di partito, come se poi questi fatti fossero assimilabili: gli odi di partito significano un eccesso di fede in essi, non certo lo sterminio degli avversari. Certo si potrebbe parlare di morte di Dio per la Shoah, ma non per gli odi di partito, né tanto meno per le auto e le vacanze di cui parlava prima. Nella terza parte, questa generazione, considerata in modo così negativo, all’improvviso viene considerata quella che farà sparire ogni male del mondo in modo pacifico; allora Dio, cioè il bene, risorgerà. Ma perché mai, e soprattutto in quale modo, si arriverà a un risultato così meraviglioso? Chiunque conosca un po’ di storia, o abbia anche solo un po’ di esperienza, sa che il bene e il male esistono sempre: ieri, oggi e domani. È un’illusione pensare che noi faremo sparire il male dalla Terra. Possiamo solo confrontare le epoche, i contesti socioculturali e ritenere che uno sia migliore dell’altro, secondo i parametri che adottiamo. Altra canzone che di grande successo è La locomotiva (testo in appendice), nella quale si rievoca un fatto avvenuto nel 1893: un ferroviere anarchico, Pietro Rigosi, si impadronì di una locomotiva che lanciò a gran velocità; il personale ferroviario la deviò su un binario morto ed essa si schiantò contro delle vetture vuote in sosta. Il ferroviere non morì, ma fu ferito e rimase invalido. Non fu mai chiarita la motivazione di quel gesto, ma si pensa che volesse fare un attentato di tipo anarchico, come spesso avveniva in quei tempi. Guccini si ispira a un fatto di cronaca — non è che lo voglia raccontare fedelmente — e fa dell’autore un eroe, mosso dal desiderio di giustizia sociale, di una vendetta contro i ricchi che opprimono i poveri. Non saprei veramente se questa immagine eroica sia poetica; forse sì. Rilevo però che, se uno si butta con una locomotiva per fare una strage, non è una persona equilibrata: pensare che questo atto possa portare alla fine dell’ingiustizia sociale è una follia. Ai tempi in cui il fatto avvenne realmente, però, qualcuno ci credeva. Furono tanti gli attentati e gli assassinii compiuti dagli anarchici (perfino l'imperatrice Sissi ne fu vittima), ma non portarono a niente. Ma al momento in cui fu scritta questa canzone, nel 1972, questa illusione era finita da un bel po'. Sarebbe come se noi oggi celebrassimo l’assalto alle Torri Gemelle di New York. Il problema è che non si trattava di un atto che giovava alla rivoluzione, anzi, al contrario. E quindi questo personaggio, più che un eroe come descritto da Guccini, mi sembra uno fuori di testa. Negli anni successivi, anche le BR, che noi definiamo terroristi, in effetti non hanno mai ucciso persone prese a caso, ma sempre obiettivi che, secondo loro, potevano essere utili alla rivoluzione. Che poi questa rivoluzione fosse una fantasia, un sogno, è un altro discorso. Notiamo pure che le canzoni sono un genere che tratta soprattutto l’amore, e anche Guccini ne ha composte alcune. Non mi pare però un cantore dell’amore come lo è stato per esempio Benigni (anche nella vita privata). Qui si tratta soprattutto di fare sesso: mi pare una cosa diversa. La canzone più interessante e nota di questo genere mi pare Quattro stracci. In essa egli lamenta, in modo rancoroso e denigratorio, di quelle che ritiene le superficialità fintamente intellettuali della sua seconda compagna, Angela Signorini, madre della sua unica figlia Teresa, che sarebbero incompatibili con la schiettezza del Guccini. In verità traspare che la causa sia una certa riluttanza della donna a fare sesso. Definisce la donna come «casta che sogna di essere puttana», ad esempio. Io davvero non capisco come si possa arrivare a rendere pubblici a tutti certi particolari e aspetti intimi e personali, e soprattutto non tener presente che vi è una figlia. Mi meraviglio pure che la figlia Teresa ostenti tanto attaccamento e stima per il padre, che ha sostituito la madre con un’altra donna più giovane dopo averla derisa e insultata in questa maniera. In conclusione noterei che Guccini non c’entra niente con il comunismo reale. Il vero comunista era ad esempio quello descritto magistralmente da Guareschi nel personaggio del sindaco Peppone in Don Camillo: credeva ancora nei valori della famiglia, nella solidarietà sociale, mai avrebbe lanciato una locomotiva tra la folla. Aveva un programma realistico (forse troppo). Sosteneva uno dei due modelli allora in competizione nel mondo. Con il senno di poi sappiamo che il comunismo perse quella competizione pacifica (come la definì Chruščëv): possiamo dire che sbagliavano, ma non potevano certo saperlo; erano in buona fede. Guccini, con le sue fantasie di adolescente mai cresciuto, può essere magari uno dei padri di quelli che vengono chiamati, sprezzantemente, «radical chic», lontano cioè dalla realtà del mondo in cui vive. Mi sembra che un cantante che possa essere definito comunista (nel senso di movimento storico) possa individuarsi in Francesco De Gregori: riportiamo in appendice il suo canto d’amore vero e profondo dedicato alla moglie, Sempre e per sempre. |
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Apprendice: testi
Dio e morto
Ho visto
La Locomotiva
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
Quattro stracci (testo)
E
guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai.
Francesco De Gregori
Sempre e per semrpe
Pioggia e sole
i.
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